EPISODIO 2 – La Voce che sei: cosa rivela di te, e come aiuta i koala a fidanzarsi
La voce: come funziona, come prendersene cura, come usarla al meglio
La Voce che sei: cosa rivela di te, e come aiuta i koala a fidanzarsi

La musicassetta con la registrazione della mia voce
Trascrizione.
(0:08 – 5:27)
Stai ascoltando Sonar, storie di suoni. Questa voce poco collaborativa ha pochi mesi. Era mia, o meglio, era la mia.
In questi primi mesi la voce è soprattutto il nostro modo di dire ci sono. Molto prima di poter parlare serve a metterci in contatto col mondo. È il primo gesto di presenza.
Non serve a dire qualcosa, ma a dire di esserci. La voce è anche il primo suono che davvero ti appartiene, perché nasce dal modo specifico in cui respiri, dalle ossa del tuo viso, dai tuoi muscoli. È un confine sottile tra dentro e fuori, tra quello che senti e quello che fai sentire.
Con gli anni cambia nel timbro, nel ritmo, nel volume, eppure resta sempre qualcosa di profondamente legato al nostro fisico. Forse è per questo che ci sembra così intima. E poi alcune voci restano con noi per sempre, quelle di chi si è preso cura di noi, di chi amiamo, di chi è lontano.
Basta sentirle un istante per ritrovare tutto, un luogo, un’emozione, una presenza. Riconoscere una voce è in fondo riconoscere una parte di noi. Questo episodio è dedicato alla voce, a come la usiamo, a quando la trattiamo male e a quanto racconta di noi e degli altri.
Io sono Susanna Quagliariello, insegno composizione di musica da film e questo è Sonar, il podcast che ascolta il mondo. Sentire la nostra voce di bambini è sicuramente un momento molto tedero, ma sentire la nostra voce registrata di adulti può essere un’esperienza diversa e potenzialmente non così piacevole. Anzi, nella stragrande maggioranza dei casi è qualcosa che ci dà grande disagio.
A me personalmente è capitato per la prima volta in vita mia di sentire la mia voce registrata quando avevo più o meno 12 anni e volevo morire, nel senso che al di là del non riconoscermi, che già di per sé mi causava disagio, sentivo una versione della mia voce che era molto più povera rispetto a quella che io sentivo. In particolare era spostata sulle frequenze più alte, cioè la sentivo proprio più sottile e poi aveva, nel mio caso, una qualità nasale, un timbro molto, molto nasale, un po’ carmelo bene, un po’ anche se vuoi personaggio dei fumetti, che è una cosa che al di là della simpatia era proprio bruttina rispetto a quella che mi aspettavo. E sono in genere proprio questi due punti quelli tipici di un’esperienza del genere.
Quando ci risentiamo, per esempio, quando riascoltiamo un nostro vocale, non soltanto non ci riconosciamo ma quello che sentiamo è una versione più povera rispetto a come siamo abituati a sentirci. Questa esperienza è così universale che ha un suo nome nella letteratura psicologica. Si chiama Voice Confrontation, cioè confronto vocale.
E la parte interessante di questo fenomeno è che riguarda qualcosa di molto più profondo rispetto a la mia voce non mi piace, qualcosa che riguarda la nostra personalità e le parti più nascoste del nostro carattere. Allora vediamo perché succede tutto questo e soprattutto come riconciliarci con la nostra voce registrata. Per capire le ragioni di questo disagio basta capire il meccanismo fisiologico che ne sta alla base, cioè che cosa succede effettivamente mentre parliamo.
Quando parliamo, cioè la nostra percezione della nostra voce, si forma attraverso due canali distinti. Il primo è quello della conduzione aerea, cioè lo stesso grazie al quale sentiamo tutto quello che possiamo sentire, le voci degli altri, i rumori, la musica, è sempre lo stesso meccanismo. E cioè le onde sonore viaggiano attraverso l’aria, entrano nel canale uditivo, fanno vibrare il timpano, poi vengono elaborate dalla coclea e trasformate in segnali neurali.
Questo è il meccanismo con cui sentiamo le voci degli altri, così come gli altri suoni, ed è così che gli altri sentono la nostra voce. Ma quando parliamo noi, abbiamo anche un altro canale di percezione della nostra voce, che è la conduzione ossea. Mentre parliamo, cioè le vibrazioni prodotte dalle nostre corde vocali non si propagano solo nell’aria, al di fuori del nostro corpo, ma attraversano anche le strutture ossee del cranio.
(5:28 – 10:41)
Il punto di tutto è che il cranio conduce le frequenze basse in modo più efficiente rispetto all’aria. In pratica, grazie a questo secondo canale, sentiamo una versione della nostra voce che è più ricca di frequenze basse. Le frequenze basse sono quelle legate ai suoni più profondi, più pieni, più risonanti.
Questo è il motivo per cui, quando noi parliamo, sentiamo la nostra voce in genere più ricca e più profonda, perché non stiamo sentendo soltanto la voce grazie alla conduzione aerea, ma a questa conduzione aerea si aggiunge anche la conduzione ossea, quindi il meccanismo interno al nostro corpo. È affascinante immaginare tutto questo visivamente. Tu stai parlando, le tue corde vocali vibrano e queste vibrazioni si trasmettono attraverso le ossa del cranio, in particolare mandibola e ossa temporali, e fanno risuonare anche le cavità interne della testa.
Ed è per questo che il laringologo Martin Birchall descrive questo secondo canale come l’esperienza di sentire la propria voce attraverso un complesso di caverne all’interno della nostra testa. E io sono sicura che tu non abbia mai pensato alla tua testa come a un complesso di caverne, ma se ci pensi i seni paranasali, le ossa temporali, le cavità nasali assomigliano proprio a un complesso di cavità molto simile a una sorta di labirinto di caverne. E il risultato di tutto questo, puoi immaginarlo, quando sentiamo la nostra voce registrata, a quel punto la sentiamo solo grazie alla conduzione aerea, solo attraverso le nostre orecchie e non più con il regalo di basse frequenze che ci viene dato dalla conduzione ossea.
Ed ecco perché tendenzialmente la nostra voce registrata ci sembrerà sempre più sottile e meno profonda. Ma qui arriva la parte davvero interessante. Nelle ricerche fatte sul campo per testare la reazione delle persone che magari per la prima volta in vita loro sentivano la propria voce registrata, gli scienziati hanno scoperto che questo senso di disagio non poteva essere giustificabile col solo fatto di ascoltare un suono diverso da quello che ci si aspettava, ma che in moltissimi casi questo disagio era un vero e proprio imbarazzo per le persone che si risentivano e che questo aveva a che fare con l ‘immagine di sé e con aspetti meno evidenti o più nascosti del loro carattere.
Il primo esperimento, quello che ha fatto da pripista a tutti gli studi successivi sul campo, è quello condotto nel 1966 da Philip Holzman e Clyde Rousey. Il fatto di essere negli 60 è molto importante perché, come puoi immaginare, a quell’epoca risentire la propria voce registrata non era un’esperienza di tutti i giorni. Non c’erano smartphone, non c’erano messaggi audio, quindi risentire la propria voce era qualcosa di abbastanza eccezionale.
Dunque questo fenomeno viene analizzato in una forma molto netta, molto incisiva. L’esperimento è quanto geniale. Gli psicologi rilevano lo stato emotivo dei partecipanti al test prima e dopo aver risentito la propria voce e quello che scoprono è che tutti hanno subito un certo cambiamento.
Alcuni sono diventati più cauti, più trattenuti, quindi dimostrano dopo aver sentito la propria voce registrata un maggiore autocontrollo. Altri, al contrario, sono diventati più aperti ed emotivi. In ogni caso c’è sempre una differenza tra il prima e il dopo e soprattutto quando a questi partecipanti si richiede di descrivere quello che hanno sentito, la loro attenzione si sposta sempre dal contenuto di quello che hanno detto alla propria personalità.
Quando a questi partecipanti viene chiesto che cosa pensi della registrazione che hai appena sentito, i partecipanti rispondono commentando non tanto quello che hanno detto, per esempio, ho parlato del mio argomento preferito oppure beh ho detto un sacco di sciocchezze, ma in genere dicono cose come non mi aspettavo di essere così esitante oppure non mi aspettavo di essere così cacciarona. Sono tutte cose che afferiscono sempre alla loro personalità, al loro carattere, come se riascoltare la voce registrata avesse spostato la loro attenzione dal contenuto di quello che dicevano a se stessi, alla propria personalità e soprattutto a lati del carattere che non avevano notato. Ed è qui che Holtzman e Rousey introducono il termine di voice confrontation, cioè quel piccolo shock di riconoscimento che proviamo quando una registrazione ci rimanda indietro tensioni, esitazioni e sfumature che mentre parlavamo non avevamo percepito.
(10:42 – 11:33)
Per esempio per molti il disagio nel risentirsi consiste nell’accorgersi di avere un accento regionale più forte di quello che pensavano di avere e anche qui non si tratta semplicemente di sentire un suono che non ti aspettavi, perché l’accento è molto di più di un modo di parlare come un altro, è qualcosa legato alle nostre origini, alla nostra identità. Quindi ci si accorge di aver fatto trasparire qualcosa di molto personale in modo più evidente di quello che ci aspettavamo o di quello che volevamo. Questo principio è alla base di un meme che avrai visto in tantissimi video, italiani e non, in cui c’è proprio una persona che lascia un messaggio vocale, lo invia, ma quando lo riascolta si accorge di avere una voce diversa da quella che pensava ma soprattutto di aver detto cose che non pensava di aver detto.
In una delle versioni che mi piace risentire ogni tanto c’è Christian De Sica che insieme al duo Le Coliche cerca di registrare un messaggio di auguri di Natale. Tutti e tre cercano di fare le cose per bene nascondendo il loro accento romano e cercando di parlare nel modo più corretto possibile. Poi riascoltano il messaggio che hanno appena inviato e quello che sentono è… Delicatissimo, perché alle volte la nostra voce svela dei lati di noi che non vorremmo che fossero così evidenti.
@lecoliche Quando cerchi di nascondere l’accento #romano . “Natale a tutti i costi” Dal 19 dicembre su Netflix! . #roma #christmas #christiandesica #merrychristian ♬ suono originale – Le Coliche
E quindi eccoci arrivati alla domanda fondamentale e cioè c’è un modo per uscire dal tunnel? C’è un modo per riappacificarci con la nostra voce in modo che non proviamo più fastidio a risentirla? Non ci sono studi sperimentali a riguardo. La ricerca che si è avvicinata di più a questo argomento è una ricerca del 2024 che si intitola Io e non io L’uso dei messaggi vocali predice la capacità di riconoscere e apprezzare la propria voce che è uno studio che dimostra esattamente quanto detto nel titolo e cioè che chi più spesso ascolta i propri messaggi vocali in genere dimostra di apprezzare di più la propria voce e inoltre di essere più capace di riconoscere la propria voce tra le altre se sottoposto a un test di riconoscimento. Però si tratta di uno studio che è correlazionale, non causale.
Non dice che tra questi due fenomeni c’è un nesso di causalità per cui A causa B. Ciò significa che potrebbero esserci spiegazioni alternative per esempio che le persone a cui già piace la propria voce sono più propense a riascoltarla oppure che ci sia un terzo fattore per esempio un’autostima elevata o un certo grado di narcisismo che causerebbe sia il riascolto dei messaggi che si inviano che l ‘apprezzamento della propria voce. Quindi al momento la scienza non ci indica esplicitamente una via da seguire. Quello che di sicuro possiamo fare anche soltanto a livello di tentativo per superare questo imbarazzo è allargare all’audio un effetto che è stato ampiamente dimostrato dalla psicologia sociale e sperimentale e cioè l’effetto di mera esposizione per cui l’esposizione ripetuta a un certo stimolo ne aumenta la familiarità e in genere anche il gradimento.
Quindi nel nostro caso un tentativo da fare sicuramente se hai difficoltà a risentire la tua stessa voce è quello di ascoltare registrazioni di te che parli ripetutamente finché l’imbarazzo non si attenua o scompare del tutto. E personalmente per me è andata proprio così. Cioè dopo quella prima esperienza che ti raccontavo prima a 12 anni che mi ha segnata profondamente poi ho scelto un lavoro per cui passo molta parte del mio tempo a registrare la mia voce e a risentirla per controllare il contenuto per editarla per togliere i tempi morti e così via.
Il risultato è che a forza di sentirmi adesso non solo non ho più nessun imbarazzo a risentire la mia voce ma soprattutto non sento più tante differenze tra la mia voce registrata e quella che sento mentre parlo. Come se il mio cervello avesse imparato con gli anni a forza di registrare e di risentirsi che la versione A e la versione B appartengono alla stessa persona e che quindi non c’è niente di cui preoccuparsi. Insomma mentre parli oltre al contenuto di quello che dici stai dando un sacco di altre informazioni a volte anche più importanti del contenuto di quello che dici.
Per esempio l’abbiamo visto prima con l’accento puoi dare un’informazione sul posto nel quale sei cresciuto o dal quale arrivi. Con il timbro della voce indipendentemente da quello che stai dicendo puoi dare informazioni su quanto sei rilassato o quanto sei teso o ancora certe esitazioni e certi tremoli della voce che non ti accorgi di avere mentre parli. Ma una voce può dare informazioni anche sulla corporatura fisica di una persona cioè se ascoltiamo una persona parlarci da dietro una parete possiamo farci un ‘idea dell’aspetto fisico che avrà? In effetti sì e anche in maniera piuttosto precisa.
Esiste infatti una correlazione biologica tra alcune caratteristiche del corpo e alcune caratteristiche della voce. Tutto parte dal fatto che la statura di una persona è correlata in media anche alla lunghezza delle sue corde vocali. Più è alta una persona più lunghe saranno le sue corde vocali.
Ora corde più lunghe che siano vocali o che siano le corde della chitarra o che siano le corde del pianoforte producono suoni più gravi perché vibrano più lentamente quindi a frequenze più basse e ci fanno sentire dei suoni più gravi. E quindi ricapitolando una persona di statura molto alta avrà tendenzialmente delle corde vocali più lunghe che vibreranno più lentamente e quindi produrranno una voce più bassa più profonda. Per lo stesso motivo una persona di statura più bassa avrà tendenzialmente delle corde vocali più corte che quindi vibreranno a frequenze più alte e di conseguenza produrranno una voce un po’ più acuta.
Non è una legge ferrea ci sono moltissime eccezioni e anzi sicuramente ci saranno capitati degli sketch comici che giocavano proprio su questo sull ‘effetto sorpresa di quando vediamo una persona massiccia e molto alta avere una voce molto sottile. E tutti gli appassionati di Game of Thrones conoscono benissimo la splendida voce profonda di Peter Dinklage. Ma si tratta di una tendenza robusta sufficiente perché il nostro sistema percettivo la utilizzi per fare previsioni.
Il cervello come si dice spesso è una macchina per fare previsioni quindi abituato a trovare degli elementi simili che ha trovato in più contesti diversi e a elaborare in base a questi elementi delle previsioni. Lo scopo è sempre quello è sempre quello di avere delle informazioni sull ‘ambiente e sulle persone che ci circondano per aumentare le chance di sopravvivenza. Per cui quando sentiamo la voce di una persona una parte di noi si chiede istintivamente è più grande di me è una minaccia è una persona così piccola che di sicuro non potrà farmi del male e così via.
Ed è qui che entra in gioco un comportamento che conosci benissimo che avrai visto tante volte intorno a te e che con ogni probabilità avrai adottato tantissime volte. Immagina di avvicinarti a un bambino molto piccolo addirittura a un neonato immagina di volerlo salutare di scambiare qualche parola con questo bambino come ti esprimeresti? Ti esprimeresti con qualcosa come ciao luigino come stai sono la zia mi presento sei un bambino veramente molto carino e difficile più probabilmente ti esprimeresti con qualcosa come ma ciao ma come stai quanto sei bello è qualcosa di più simile a questo magari cercando di conservare una dignità maggiore rispetto a quello che farei io ma sostanzialmente tra i due estremi ti avvicineresti di sicuro di più a questo. E perché ci viene istintivamente di alzare così tanto il tono di voce davanti a un bambino ma anche davanti a un cucciolo di canne o davanti a un gattino? Proprio per il motivo di cui abbiamo parlato adesso e cioè che visto che in natura così come tra gli uomini gli animali più piccoli producono dei suoni più acuti se rendo la mia voce più acuta darò l’impressione di una creatura molto piccola e le creature molto piccole sono inoffensive quindi quello che voglio comunicare al bambino o al gattino a cui sto parlando è che sono una creatura inoffensiva e che non rappresenta in nessun modo una minaccia.
(20:28 – 31:17)
C’è anche un’altra motivazione altrettanto interessante per cui siamo portati anche se di poco ad alzare la frequenza della nostra voce quando stiamo parlando con un bambino e cioè che i bambini sono più sensibili alle frequenze alte cioè sentono meglio i suoni più acuti rispetto a quelli più gravi e quindi camuffando la mia voce e rendendola un po’ più acuta sto cercando di farmi capire meglio dal bambino che ho di fronte e questo modo di parlare è una delle caratteristiche del cosiddetto baby talk, il linguaggio dei bambini o motherese cioè letteralmente maternese perché è proprio tipico delle madri che rendono la loro voce più acuta in modo che sia più comprensibile ai loro bambini perché incontra di più quel range di frequenze a cui loro sono più sensibili.
Il maternese è uno dei modi più interessanti in cui adattiamo istintivamente la nostra voce alla persona che abbiamo davanti, perché modifica in maniera assolutamente istintiva diversi parametri del parlato. Fai caso per un attimo a tutte le cose che cambi quando parli con un bambino molto piccolo. Un obiettivo fondamentale in questo caso diventa quello di essere il più comprensibili possibile, perché la personcina che abbiamo davanti non conosce ancora bene la lingua che stiamo parlando.
E quindi non solo il nostro tono diventa più acuto, ma anche il ritmo rallenta, le vocali si allungano, l’articolazione delle sillabe diventa più chiara, i confini tra le parole diventano più marcati e il nostro modo di modulare il tono di voce diventa anche molto più vario. Cioè, difficilmente parliamo in questo modo monotono, ma al contrario, enfatizziamo l’espressività. E tutto questo per attirare l’attenzione di chi ci sta davanti, per trasmettergli sicurezza e per rendere più accessibile la struttura del linguaggio, in modo che gli sia più semplice impararla.
Tutto questo, come succede spesso con i suoni e come abbiamo già visto tante volte in appena due episodi di Sonar, avviene del tutto istintivamente. Nessuno, probabilmente, ci ha mai insegnato qual è la relazione tra la corporatura di una persona e quanto è grave o acuta la sua voce, ma sono cose che semplicemente sappiamo perché siamo nati in un ambiente sonoro che rispetta certe regole e istintivamente siamo portati a rispettarle anche noi e a volte a sfruttarle per i nostri scopi, per esempio per sembrare inoffensivi o, al contrario, per fare la voce grossa. Anche in natura, come dicevamo, le cose funzionano allo stesso modo.
Da un fringuello, per esempio, un animale piccolissimo, possiamo aspettarci un verso del genere, mentre da un leone possiamo aspettarci dei suoni molto più gravi. E se ti facessi sentire questo verso, a quale animale lo legheresti e, soprattutto, a quale stazza di animale, quanto dovrebbe essere grande un animale per produrre un verso così profondo? Beh, questo è il koala, il piccolo dolce mammifero che vediamo in tanti documentari, e che, in effetti, ha in genere questo verso, che è un verso coerente con l’idea che abbiamo del koala, ed è effettivamente il verso del koala, ma durante la stagione degli amori cambia tutto. I maschi iniziano a produrre queste vocalizzazioni incredibilmente profonde proprio per il motivo di cui parlavamo prima, cioè per mentire sulle loro dimensioni.
E così modificano la loro voce per dare un segnale di presenza e di minaccia nei confronti degli altri maschi e per cercare di attirare le femmine, dando l’idea di essere molto più grossi di quanto non siano. E tutto questo grazie a delle caratteristiche fisiologiche assolutamente eccezionali. Tanto per cominciare, quella che si chiama una laringe permanentemente abbassata, cioè una laringe che si trova in un punto molto più basso rispetto a quello in cui si trova in genere nei mammiferi terrestri, e che quindi rende il tratto vocale più lungo, e questo favorisce le risonanze più profonde.
E poi i koala possono contare su un organo vocale aggiuntivo, una seconda coppia di corde vocali, che sono particolarmente spesse e pesanti, e che quindi, insieme alla posizione della laringe, producono questi versi che, è stato calcolato, sono più profondi di quelli di un bisonte, che è un animale con una stazza cento volte superiore a quella di un koala. Questo adattamento evolutivo ha quindi permesso al koala di, per così dire, mangiare la foglia, cioè di capire la relazione tra dimensioni e profondità dei versi e di sfruttare questa regola per i suoi scopi. Questa capacità adattiva del koala, così come la nostra capacità di modificare la voce a seconda della persona che abbiamo davanti, sono sicuramente dei vantaggi, perché permettono al nostro corpo di adattarsi al meglio al contesto nel quale ci si trova.
Però ci sono delle situazioni in cui questa capacità di adattarsi a lungo andare può avere degli effetti negativi. È il caso, per esempio, di quando ti trovi in un luogo molto rumoroso e quindi istintivamente per parlare con le persone che ti sono accanto, alzi la voce anche per periodi molto lunghi. È una scena che con ogni probabilità avrai vissuto molte volte e magari vivi ogni settimana.
Ti trovi all’interno di un locale molto rumoroso, con un sacco di gente, magari con della musica di sottofondo, e per tutta la serata devi parlare sempre, costantemente, a voce alta. E ovviamente i tuoi amici fanno lo stesso sforzo. Questa risposta involontaria del nostro sistema nervoso si chiama effetto Lombard, dal nome del medico francese Etienne Lombard, che lo descrisse per la prima volta nel 1911, ed è un meccanismo che non solo aumenta il volume della voce, ma influisce anche sul tono, sul ritmo.
Se ci fai caso non ci limitiamo semplicemente a parlare a volume più alto, ma anche il ritmo diventa molto più lento per permetterci di scandire meglio le parole, e questo significa che le nostre frasi durano di più e che lo stress, di fatto, viene prolungato ulteriormente sulle nostre povere corde vocali. Sono sforzi che, se fatti per una serata ogni tanto, non hanno praticamente nessuna conseguenza. Potrà capitarti il giorno dopo di avere una leggera rocedine o di soffrire di un abbassamento di voce, ma poca roba.
Ma se facciamo uno di quei mestieri per cui, invece, siamo costretti a parlare a volume forzatamente alto per più ore al giorno ogni giorno, ecco, in quei casi potrebbero esserci delle conseguenze a lungo andare più o meno gravi sulle nostre corde vocali. Una delle categorie più colpite in questo senso è quella degli insegnanti. Uno studio del 2004 ha rilevato che l’11% degli insegnanti soffre ogni giorno di un problema legato alla voce e quasi il 60% degli insegnanti sviluppa un problema vocale nel corso della carriera, il 60% di questa categoria contro il 6,6% della popolazione generale.
Ma gli insegnanti non sono i soli. Pensa agli avvocati, agli attori, ai cantanti ovviamente, agli operatori di call center, alle guide turistiche, ma perfino, per esempio, agli allenatori sportivi. Per fortuna ci sono delle soluzioni per arginare questo problema e evitare ripercussione a lungo termine e si tratta di soluzioni che perlopiù sono a costo zero o quasi.
Vediamo tutto dopo la pausa. Prima di continuare ti ricordo che Sonar è un progetto gratuito che nasce dal mio corso online di musica da film. Nella descrizione del podcast trovi il link alla pagina del corso di musica e da lì puoi seguire, gratis, 3 ore di lezioni pratiche su composizione musicale e strumenti virtuali.
E adesso continuiamo con Sonar. Il quasi, come puoi immaginare, è rappresentato dall’acquisto di un microfono laddove possibile. È quello che hanno fatto, negli ultimi anni, le guide turistiche, per esempio, che se ricordi in passato passavano intere giornate a sgolarsi e invece oggi usano microfoni lavalier o comunque piccoli microfoni portatili.
Se invece non hai la possibilità di usare un microfono ci sono tantissime altre tecniche che aiutano enormemente la situazione. L’idratazione è costante, tanto per cominciare, le corde vocali hanno bisogno di un sottile strato di muco per vibrare correttamente, quindi bere a sufficienza, ridurre gli alcolici che invece tendono a disidratare i tessuti può aiutare moltissimo. Per lo stesso principio un’altra piccola accortezza passa per l’umidificazione dell’ambiente, usare un umidificatore in classe, per esempio, oppure in generale il nostro posto di lavoro aiuta a mantenere l’umidità dell’aria e riduce la secchezza delle corde vocali, soprattutto in ambienti con aria condizionata e riscaldamento.
E quando l’aria condizionata è molto alta cos’è che ci viene da fare dopo un po’ se l’aria diventa secca e se non abbiamo bevuto? Schiarirci la voce. Schiarirci la voce è un’altra di quelle cose che non fa bene alle corde vocali anche se ci viene istintivo farlo, quindi evitare di schiarirsi la voce e invece bere un bicchiere d’acqua oppure deglutire può essere sicuramente un aiuto per non peggiorare la situazione. Un’altra tecnica passa dalla considerazione per la quale le corde vocali sono un gruppo muscolare come un altro e quindi esattamente come i muscoli delle braccia o delle gambe beneficiano di esercizi di riscaldamento e di raffreddamento.
(31:18 – 41:54)
Su YouTube potrai trovare moltissimi tutorial a riguardo. Una delle tecniche più usate per questo scopo è quella del humming, cioè del canticchiare con le labbra chiuse. E tutti questi accorgimenti hanno il vantaggio non soltanto di prendersi cura delle corde vocali e di non peggiorare la situazione, ma anche di migliorare la qualità e la chiarezza della nostra voce, quindi di fatto anche se non hai nessun problema di affaticamento delle corde vocali, sono accorgimenti che di sicuro sono utili in qualunque situazione.
Ma parlando di tecniche per migliorare e prendersi cura della nostra voce non si può non fare almeno un cenno alla respirazione diaframmatica. Anche in questo caso puoi trovare su YouTube tantissimi video a riguardo che ti mostrano proprio la posizione esatta e la tecnica della respirazione diaframmatica, o ancora meglio se hai la possibilità di passare anche solo un pomeriggio con un insegnante di canto o un insegnante di tecniche teatrali, sono tutti professionisti che a maggior ragione potranno farti vedere da vicino come funziona. Si tratta in sostanza del modo in cui respiri quando sei a letto.
Quando sei a letto, se ci fai caso, non respiri sollevando le spalle, ma respiri sollevando la pancia. Più che la pancia stai usando il diaframma, che è un muscolo che si trova immediatamente al di sotto dei polmoni. In questo modo attivi quella che si chiama la respirazione profonda.
Invece, quando sei all’impiedi, quello che fai tipicamente è usare la cosiddetta respirazione superficiale e cioè quella che usa molto poco il diaframma e invece usa soprattutto la parte alta del torace. E’ per questo che quando siamo in piedi e vogliamo fare un respiro profondo solleviamo molto le spalle. Invece, nella respirazione profonda il diaframma si abbassa, lo spazio nel torace aumenta e i polmoni si espandono di più anche nella parte bassa.
E questo ha una differenza sostanziale, perché specialmente quando urli, quel sovrappiù di potenza è generato soltanto dalle corde vocali se respiri normalmente con la respirazione superficiale. E questo lavoro extra a lungo andare danneggia le corde vocali. Invece, con la respirazione diaframmatica trasferisci questo carico dalle corde vocali alla muscolatura respiratoria.
E in questo modo puoi proiettare la tua voce con meno sforzo, meno danno e in maniera molto più efficiente. Ma davvero si tratta di qualcosa che potrei impiegare ore a cercare di spiegarti a voce quando ti bastano 20 minuti con un logopedista o con un insegnante di canto per capire senza nessun dubbio come attivare la tua respirazione diaframmatica. Anche perché, tecnicamente, non si tratta di qualcosa che devi imparare, ma si tratta solo di qualcosa che devi ricordare, perché è la tecnica che abbiamo usato tutti da neonati.
E questo è uno dei motivi per i quali i neonati riescono a gridare per tanto tempo, a volume altissimo, con una potenza straordinaria, senza minacciare in nessun modo le loro corde vocali. Hai mai visto un neonato che dopo aver passato un’intera notte o un intero giorno a urlare, il giorno dopo avesse un leggero abbassamento di voce, un po’ di raucedine? No, i neonati non conoscono nessun abbassamento di voce. E uno degli aspetti che spiega questa straordinaria resistenza è proprio la prevalenza nei neonati della respirazione diaframmatica.
Poi, nel caso dei neonati, dipende anche dalla costituzione straordinaria delle corde vocali, che nei primi mesi di vita sono non soltanto molto sottili, quindi si attivano con nulla, ma anche ricche di acido ialuronico, che le rende particolarmente flessibili, quindi di fatto sono una macchina studiata in tutti i particolari per fare rumore. E questo perché nei primi mesi di vita parte della loro sopravvivenza è proprio legata alla capacità di attirare l’attenzione degli adulti in modo che gli adulti si prendano cura di loro. Poi, crescendo, ci dimentichiamo di questo modo di respirare e sia per la postura scorretta, sia per cattive abitudini sociali o anche per questioni di stress emotivo, iniziamo a respirare in modo molto meno efficiente.
Tant’è che, generalizzando, puoi vedere se un cantante è tecnicamente preparato oppure un po’ scarso anche a seconda di come muove le spalle, cioè se muove moltissimo le spalle, se vedi che quando prende fiato usa tantissimo sollevare la partetta del torace, probabilmente è un cantante tecnicamente non preparatissimo. Se invece tu vedi, non so, Giorgia o Massimo Ragneri cantare, anche e soprattutto prima dei passaggi più difficili, ecco, le spalle, a meno che non sia per un qualche motivo di espressione corporea, di interpretazione, ma tendenzialmente quelle spalle sono murate, cioè non si muovono neanche di un centimetro, perché la loro respirazione parte da tutta l’altra parte, dal diaframma, ed è questo il motivo per cui riescono questi professionisti non soltanto a raggiungere certi livelli tecnici, ma anche a mantenerli per decenni e decenni. Se Massimo Ragneri riesce ancora oggi a far tremare le pareti del teatro cantando Se bruciasse la città, mentre balla il tip-tap, ecco, questi non sono risultati che ottieni perché hai un talento innato o perché hai ricevuto un dono dal cielo, questi sono il risultato di anni e anni passati ad apprendere e perfezionare un bagaglio molto ampio di tecniche vocali di cui puoi immaginare che la respirazione diaframmatica sia la chiave di volta.
E la finiamo qui con questo spottone per la respirazione diaframmatica, ma ci tenevo molto perché è qualcosa che non è semplicemente legato alla performance, no, per cantare, per recitare a teatro o per avere una voce più bellina, cosa di cui può fregarci veramente in maniera molto relativa, ma perché la respirazione diaframmatica è semplicemente un modo più efficiente di ossigenare il nostro corpo, tant’è che è legata agli stati profondi di rilassamento, alla meditazione e così via, cioè è qualcosa che ha a che fare molto prima che con la performance, con la qualità della vita. Ed è una tecnica che è alla portata di tutti noi e che è a costo zero. Ma al di là della tecnica di respirazione, esiste un tipo di voce, quindi proprio un modo di parlare, che noi già usiamo e che quindi non abbiamo bisogno né di imparare né di ricordare, che è già perfetto ma su cui dobbiamo soltanto esercitare un po’ di consapevolezza per poterlo usare quando più ci serve? Beh, non avrei fatto questa domanda se la risposta non fosse stata sì.
Quindi sì, effettivamente esiste ed è un suggerimento che in realtà non posso collegare a uno di quei paper accademici che mi piace tanto citare né ad un famoso laringologo, ma che ho visto per caso su un video, che poi ti linko sul sito di Sonar, e che però mi sembra così giusto e così di buonsenso che non posso fare a meno di riferirtelo. Il consiglio è questo, quando devi fare una conversazione in cui vuoi dare un senso di energia, di ottimismo, di carica, cerca di selezionare tra le tante voci che hai, perché come puoi immaginare abbiamo tante voci diverse a seconda di come stiamo, a seconda della persona che abbiamo davanti, a seconda del contesto e così via, ecco cerca di selezionare tra i tanti modi che hai diversi di parlare, quello dei tuoi giorni migliori. E non intendo con questo una di quelle cose da life coach su Instagram, tipo diventa la versione migliore di te stessa, no, non intendo diventare la versione migliore di te stessa, perché non devi diventare nulla, devi soltanto usare un tono di voce che hai già e che è quello che usi quando arriva una notizia bella e inaspettata, non so, al lavoro, all’improvviso ti fanno una proposta interessantissima, oppure ti arriva un rimborso IVA, oppure un messaggio di quella persona che ti piace tantissimo e che non avresti mai detto che ti avrebbe scritto e invece eccolo lì il messaggio, una di queste allegrie a tradimento che ogni tanto arrivano.
In queste situazioni magari non te ne accorgi ma la tua voce cambia e diventa istintivamente più brillante, più viva e la cosa bella di questa tecnica è che se nella realtà quel rimborso IVA non è arrivato e se nella realtà quel messaggio non è stato ancora scritto, beh poco importa, perché il nostro cervello ha una capacità straordinaria di immaginare scenari e di comportarsi di conseguenza, quindi la prossima volta che ti capita di voler usare al meglio la tua voce per dare un senso di energia e di ottimismo, prenditi soltanto due secondi per immaginarti uno scenario del genere, in tutti i particolari, per immaginarti il suono che fa l’arrivo di quel messaggio, per immaginarti soprattutto la tua reazione, quel senso di che abbiamo quando accogliamo un’allegria inaspettata e il tuo cervello saprà da solo come tradurre questa emozione pescando tra i vari colori della tua voce quelli più brillanti, senza bisogno di mentire e senza forzature.
@the_momnextdoor For anyone trying to make TikToks but the over the top influencer voice just feels fake — this is the fix.
Il viaggio che abbiamo fatto oggi ci ha raccontato alcuni aspetti della voce che ci toccano da vicino, dal senso di estranetà che può turbarci quando ci risentiamo, alle informazioni che trapellano dalla nostra voce mentre parliamo e a quante cose possiamo imparare dai neonati e dai koala. E infine abbiamo visto qualche consiglio per usare al meglio uno strumento così importante, uno strumento che può influenzare il nostro pubblico qualunque sia, per stemperare anche il clima più teso e magari perché no, per farci raggiungere degli obiettivi che all’inizio non avremmo mai pensato di poter raggiungere.
(41.54 – 43:03)
Sonar, storie di suoni, è un podcast di musica digitale, il sito dedicato alla musica e alle colonne sonore. Se questo episodio ti è piaciuto fallo girare e condividilo, puoi anche iscriverti al canale e lasciare una recensione, sono tutti modi utilissimi e a costo zero per supportare questo progetto. Nella descrizione di questa puntata trovi il link al sito di Musica Digitale con la trascrizione dell’episodio e altri approfondimenti sull’argomento di oggi e sul sito puoi lasciarmi commenti, domande o anche solo un ciao.
Grazie per aver ascoltato fin qui, a presto!
Riferimenti:
- Voice Confrontation
- Io e Non-Io: i messaggi vocali
- Baby Talk / Motherese
- Effetto Lombard
- Problemi vocali nelle categorie a rischio
Dubbi o domande? Lascia un commento qui! (Non rispondo a messaggi privati su Facebook o altri social.)