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6 cose che non sai del TA-DUM di Netflix (e della nuova versione)

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di Susanna Quagliariello
10 Commenti

Curiosità, tecnicismi e gossip dietro uno dei suoni più conosciuti al mondo, con la versione cinematografica scritta da Zimmer e quella misteriosamente scomparsa con Kevin Spacey.

Quante volte hai sentito il ta-dum di Netflix, quel doppio colpo che accompagna la N del logo all’inizio di ogni spettacolo?
Se moltiplichi il tuo numero per i 180 milioni di abbonati al network (dati di Aprile 2020), puoi spiegarti perché sia considerato uno dei suoni più iconici del mondo di oggi. Puoi sentirlo qui:

Il podcast Twenty Thousand Hertz gli ha dedicato un’intera puntata.
Linko il podcast qui sotto, e in questo articolo ne riassumo i punti fondamentali, con l’aggiunta di qualche considerazione su come creare sound effects altrettanto efficaci, e il dubbio che non ci abbiano raccontato proprio tutto.

Gli approfondimenti sulla produzione digitale li trovi in riquadri a parte, così se non ti interessano puoi saltarli.

1) AVREBBE POTUTO ESSERE IL VERSO DI UNA CAPRA

La creazione del suono di Netflix ha richiesto un anno di lavoro da parte di un team enorme di sound designer reclutati dalla produzione solo per questo scopo.
A supervisionare l’intero processo viene chiamato nel 2014 Todd Yellin, regista e sound designer.

Le direttive, racconta Yellin, sono chiare: Netflix vuole un suono che faccia pensare allo spettatore: “Wow, sta per iniziare una grande storia che mi coinvolgerà” e, più nello specifico, una storia da cinema proiettata in casa.

Yellin deve sintetizzare tutto questo concetto in tre secondi di audio, in modo che la N del logo di Netflix che vediamo prima di ogni spettacolo sia accompagnata da un suono che renda altrettanto bene l’identità del marchio.

È il concetto di ident, che sta proprio per identification: brevi sequenze di audio e/o video che non servono a pubblicizzare un prodotto in particolare, come accadrebbe per un jingle pubblicitario o un generico audio logo, ma a comunicare l’identità del marchio, il carattere particolare che lo distingue dai concorrenti.

Ma come si fa a tradurre in suono il concetto di “esperienza coinvolgente da cinema in casa”?
Yellin sa che le strade che potrebbe seguire sono diverse:

  • Potrebbe usare degli effetti sonori, come i tuoni minacciosi che senti nella intro della Jerry Bruckheimer Films, o il fruscio delle pagine del fumetto in quella della Marvel.
  • Oppure si potrebbero impiegare effetti sonori tratti dal mondo della produzione cinematografica, come i rumori della lampada da disegnatore che rimbalza nell’intro della Pixar.
  • O forse meglio un mix dei due?
  • E se invece provasse con un motivo accattivante, tipo il pàra-pàppa-pà di McDonald?

Yellin sente da subito la pressione del “tema a piacere”, di quando la vastità delle scelte che hai a disposizione ti impedisce di fatto di cominciare a lavorare.
Per uscire dall’impasse decide allora di reclutare Lon Bender, Oscar per il sound design di Braveheart, e gli dice: “Prova di tutto, e non aver paura di essere strambo”.

Ed è qui che entra in gioco la capra.

Vagliando gli esperimenti inviatigli, Yellin si imbatte in un breve passaggio musicale che segue lo schema domanda e risposta, e che finisce con il verso di una capra.

Domanda e Risposta (anche Proposta e Risposta, nell’analisi musicale) è uno schema tipico dei brani che senti ogni giorno: la prima frase ha un tono interrogativo, crea tensione – e quindi interesse. La frase successiva arriva come una risposta, risolvendo la tensione.

In un esempio, è quello che senti in:

Ammazza la vecchia…
(-> domanda, sensazione di sospensione. Prova a fermarti qui e sentirai che hai un bisogno quasi fisico di una risoluzione sulla frase successiva)
Col Flit!
(-> Risposta che dà musicalmente il senso di conclusione, risolvendo la tensione.)

Un meccanismo irresistibile tanto per Roger Rabbit quanto per noi.

Non sono rimaste prove di questo primo tentativo di domanda+risposta+capra finale, ma puoi ascoltarne una simulazione al minuto 8:14 del podcast.
In effetti la capra è divertente, è strana, e nei sogni di Yellin potrebbe diventare perfino la versione Netflix del Leone della Metro Goldwyn Mayer.

2) LA SCELTA È STATA AFFIDATA A GENTE CHE LETTERALMENTE NON SAPEVA QUELLO CHE STAVA FACENDO

Per un certo periodo, la capra diventa davvero la prima scelta tra le varie opzioni, ma a un certo punto si decide di passare oltre.
Ovvio, diciamo noi oggi.

Ed è qui che Todd Yellin ricorda una verità della produzione musicale: è facile, col senno di poi, dire che quel verso non era assolutamente all’altezza del logo così come lo sentiamo oggi, che non funziona, che sembra più ridicolo che strambo.
Il fatto è che – dice Dallas Taylor, conduttore del podcast e anche lui sound designer – quando senti così tante proposte una dopo l’altra, è facile perdere di vista l’obiettivo, e la scelta giusta può non risultare così evidente.
È quello che capita spesso al musicista digitale: quando hai davanti centinaia di strumenti virtuali – orchestrali, elettronici, etnici – decine di amplificatori, e una serie infinita di plugin di effetti, è facile iniziare a saltare da un esperimento all’altro e perdere completamente di vista l’obiettivo per cui ti eri seduto a scrivere.

Yellin e il suo team si rendono conto di essersi persi, e decidono di affidarsi a un parere esterno. Per farlo usano un questionario anonimo somministrato a migliaia di persone che non conoscono l’obiettivo della ricerca.
Gli intervistati sanno solo che devono ascoltare un esempio audio, e scrivere a quale concetto lo associano.

E c’è un solo suono, tra quelli fatti ascoltare ai vari gruppi di intervistati, che viene associato più spesso di qualunque altro al concetto di film, e sì, è il Ta-Dum.

3) IL TA-DUM È COMPOSTO DA 4 SUONI SOVRAPPOSTI

Nell’industria cinematografica, gli effetti sonori raramente sono registrati e riprodotti così come sono.
In genere, per dare personalità e interesse a un effetto sonoro importante, lo si sovrappone ad altri. Ogni nuovo livello porta con sé una qualità diversa, e così il risultato finale è più ricco e significativo del suono reale di partenza, larger than life come vuole il cinema.

È quello che abbiamo già visto accadere nell’articolo sul BRAAAM: una base di suoni metallici alla quale si sovrappongono altri suoni, ogni volta diversi, che arricchiscono l’effetto base e lo legano al carattere di un film specifico.

Nel logo Netflix, come nella maggior parte degli effetti per film e serie, i livelli di suoni sovrapposti sono quattro:

  1. Il doppio colpo, cioè il ta-dum vero e proprio. È ottenuto dal rumore della fede matrimoniale di Lon Bender (il sound designer con la licenza di essere strambo) che batte su una superficie di legno.
  2. Altri due colpi, sovrapposti a quelli dell’anello, dalla sonorità più chiusa. Se ci pensi, il suono di un anello su legno è un po’ più acuto di quello che sentiamo nell’ident di Netflix. Questa seconda coppia di colpi serve proprio ad aggiungere il carattere più rotondo che senti nell’effetto finale.
  3. Il suono rallentato di un’incudine, per aggiungere profondità. Potrà sembrarti strano, ma l’incudine è uno strumento che si trova spesso nelle librerie di strumenti virtuali, e ne esiste anche una versione come strumento orchestrale vero e proprio.
  4. Una chitarra con effetti e riprodotta al contrario, che verrà identificata con un nome particolare, il blossom. Un’idea di Charlie Campagna, collega di Lon Bender. È il suono che senti nell’ultima parte dell’ident, la parte della risposta. In realtà Campagna l’aveva creato decenni prima, gli era piaciuto molto, ma non aveva mai trovato il contesto giusto nel quale utilizzarlo.

4) UN TA-DUM È PER SEMPRE

L’effetto sonoro cercato da Yellin non deve solo rappresentare l’identità Netflix, ma nella pratica ha un altro compito essenziale: fare da introduzione a serie diversissime tra loro.
Agenti segreti e Vichinghi, reali inglesi e Peppa Pig, energici presidenti USA e supereroi in versione emo che le prendono da tutti: bisognava trovare un suono che andasse bene per ogni genere di storia.

Yellin racconta che fin dall’inizio cerca un suono non troppo elettronico, o “da computer”, escludendo dall’inizio l’uso di sintetizzatori. Il blossom che abbiamo visto prima ne è l’esempio perfetto: la chitarra elettrica ha una texture intrigante e vaga, che dà il senso della tecnologia ma senza calcare troppo la mano.

Perché una scelta così netta? Il fatto è che il sintetizzatore rischia di inchiodare una storia a tre atmosfere possibili:

  1. i computer;
  2. gli anni’80;
  3. i computer negli anni ’80.

Questo è il motivo per cui per assicurarsi che un film sembri contemporaneo anche a chi lo vedrà dopo decenni, in genere non si usano synth come strumenti principali della colonna sonora. Le sonorità elettroniche vengono invece affidate a chitarre elettriche, magari sovrapposte ad altre sonorità.
O agli ormai onnipresenti droni, effetti sonori che fanno da sfondo continuo al brano, seguendo lo stesso principio della nota continua che senti nella cornamusa. Quelli che si usano nelle colonne sonore hanno spesso una texture metallica e “elettronica”, e hanno una particolarità: si evolvono, secondo dopo secondo, cambiando nella texture e/o nell’intonazione. Sono usati spesso nelle scene di tensione, anche senza bisogno di altri strumenti, e hanno una straordinaria capacità di creare atmosfera senza invadere le immagini. Ne parleremo in un articolo a parte.

Con una scelta attenta delle sonorità la parte audio di un ident può durare molto di più della controparte grafica. Pensa al già citato ident di McDonald: con una breve ricerca puoi vedere quante volte è cambiata la grafica del logo, ma il pàra-pàppa-pà è rimasto identico.

A proposito dell’ident di Netflix Yellin spiega: “La parte visual si è già evoluta rispetto a sei anni fa, e ci aspettiamo che cambi ancora di più. Il suono, invece, è rimasto praticamente uguale, e mi aspetto che rimanga lo stesso per molto più tempo”.

Naturalmente, non ci sono regole scritte sulla pietra, e nulla vieta che una soundtrack di soli sintetizzatori diventi un classico della storia delle colonne sonore.
Pensa ad esempio al Blade Runner di Vangelis, oppure a…
al Blade Runner di Vangelis, per esempio.

5) HANS ZIMMER NE HA FATTO UNA VERSIONE PER IL CINEMA

Nel 2015 il Ta-Dum fa il suo ingresso nella storia del sound design e nella vita di milioni di persone. Il successo è straordinario, ma viene il momento in cui le produzioni Netflix entrano nel circuito dei cinema.

Ricordi l’idea da cui è nato l’ident? Una storia da cinema raccontata a casa. Ora che la storia viene raccontata direttamente al cinema, l’ident deve cambiare.

E questo non solo per interpretare la nuova natura della casa di produzione, ma anche per incontrare le aspettative del pubblico.
Immagina per un momento di essere al cinema: le luci si spengono, cala il silenzio. A questo punto ti aspetti che parta la solita intro gloriosa, tipo quella della 20th Century Fox:

Ora immagina che invece di questo ti arrivi il Ta-Dum di Netflix: sarebbe come aspettarsi di veder giocare Messi in Champions, e ritrovarsi tuo cugino nella partitella scapoli/ammogliati.

La produzione si mette quindi alla ricerca di una versione che, pur mantenendo il Ta-Dum originario, aggiunga i secondi e l’atmosfera necessari per ottenere un ident epico, che parli di avventura sul grande schermo.
E Zimmer, che ha già lavorato con Netflix per la soundtrack di The Crown, sembra da subito la scelta perfetta.

Questo il risultato del suo lavoro, che come puoi vedere ha tutti gli elementi del trailer epico: il Chugga Chugga, i violini, lo staccato.
Invece dei 3 secondi scarsi dell’ident per la TV dallo stile essenziale e contemporaneo, ecco pronti 16 secondi dell’atmosfera coinvolgente che solo l’orchestra sa dare:

È la versione più melodica dello stile Zimmer, che ricorda molto (anche troppo, secondo alcuni) il suo lavoro per il Superman di Man of Steel.

6) IL RIFERIMENTO A KEVIN SPACEY CANCELLATO DALLA STORIA

Dell’audio logo Netflix ora sappiamo tutto: com’è nato, da cos’è composto, i questionari anonimi, le capre.

Quello che scompare completamente dal racconto del podcast è il riferimento alle tante volte che gli spettatori di Netflix avevano già sentito quel suono, per anni, e prima del 2015.

Si tratta di un effetto sonoro che gli appassionati della serie House of Cards conoscono benissimo: è il doppio colpo di Frank Underwood (Kevin Spacey) sul tavolo.

Qui puoi (ri)sentirlo nel finale della seconda stagione, quando Underwood conquista finalmente la scrivania dello Studio Ovale e il suo Ta-Dum diventa il fulcro della scena:

Per confrontare meglio i due sound effects li ho isolati e messi uno dopo l’altro, e il risultato è questo:

Il primo – l’ident – ha delle componenti aggiuntive nelle alte frequenze (un cambiamento che si ottiene con un click di equalizzatore), ma credo possiamo essere d’accordo sul fatto che si tratti dello stesso suono.

Se non bastasse, nella prima stagione ci è stato spiegato anche in cosa consiste il gesto di Frank Underwood, ed è in questo dialogo tratto dall’episodio 12:


Raymond Tusk:
Can I ask why you do that?
Francis Underwood:
Do what?
Raymond Tusk: Tap your ring like that. I’ve seen you do it on TV. Two taps every time you get up from a table or leave a lectern.
Francis Underwood: Something my father taught me. It’s meant to harden your knuckles so you don’t break them if you get into a fight. It also had the added benefit of knocking on wood. My father believed that success is a mixture of preparation and luck. Tapping the table kills both birds with one stone.

Dunque quello che sentiamo è un anello che batte due volte sul legno, la descrizione esatta della componente principale del Ta-Dum.

A rigore, Yellin racconta che i lavori sull’ident sono iniziati nel 2014, mentre la prima stagione di HOC è stata prodotta nel 2012. Ma la discrepanza potrebbe spiegarsi col fatto che Yellin parla dell’ident vero e proprio, e non delle sue componenti. Tant’è che abbiamo visto che un altro elemento, il blossom, risale a decenni prima.

Se aggiungi a questo l’accento e la durata perfettamente sovrapponibili dei due effetti sonori, il fatto che HOC sia stata LA serie Netflix per eccellenza e dunque una perfetta candidata come fonte dell’ident del network e, beh, il fatto che i due effetti suonano uguali, capirai perché – prima di questa intervista – l’unica spiegazione diffusa in rete sulle origini del suono di Netflix rimandava a House of Cards.

Sembra insomma che dal racconto di Yellin, per quanto dettagliatissimo, si sia deciso di cancellare ogni riferimento a Kevin Spacey.
Del resto tutti gli intervenuti al podcast lavorano proprio per Netflix, che nel 2017 ha interrotto bruscamente i rapporti con l’attore – per le accuse di molestie sessuali risalenti a 31 anni prima –, licenziandolo, sostituendolo con Christopher Plummer nelle scene già girate dell’ultima stagione, e cancellando ogni riferimento a Spacey dalla piattaforma.
E dai podcast, a quanto pare.

E tu cosa ne pensi? I suoni sono proprio gli stessi? La versione di Zimmer ti convince? Avresti preferito l’opzione con la capra? Fammelo sapere nei commenti!

Susanna Quagliariello Autrice pubblicata, laurea in Storia e Critica del Cinema, master di alta formazione, licenza triennale al conservatorio, certificazione specialistica di Composizione e Orchestrazione per Musica da Film. Susanna è amministratore di VFX Wizard srl e direttore di ACD, l’Accademia di Cinematografia Digitale™.

10 commenti

  1. R
    Rata | 3 mesi fa

    Io sono abbastanza sicura che avrei scelto la capra <3

  2. Susanna Quagliariello | 3 mesi fa

    La capra era troppo avanti. Ma magari, tra qualche anno… (“Ai vostri figli piacerà”).

  3. M
    Moka | 3 mesi fa

    La capra è un po’ l’Eric Stoltz della situazione 🙁

  4. Susanna Quagliariello | 3 mesi fa

    Ouch, hai ragione. Ma dopo oggi resterà nei nostri cuori accanto alla versione finale, aka “versione Michael J. Fox”.

  5. e
    eddie | 3 mesi fa

    “il mio falegname con trentamila lire lo rifà uguale” (cit.)

  6. R
    Roberto Briozzo | 3 mesi fa

    Non credo di aver mai letto nessuno più preparato di te e con una simile capacità di analisi su queste tematiche. Sappi che ti invidio moltissimo. Chapeau.

  7. S
    Smirzio. | 3 mesi fa

    Zimmerman ha rovinato tutto, banalizzando una sintesi efficacissima.

  8. Susanna Quagliariello | 3 mesi fa

    eh, eddie, un grande classico.

  9. Susanna Quagliariello | 3 mesi fa

    Roberto, lei mi confonde (“con un altro”, come si dice).

  10. Susanna Quagliariello | 3 mesi fa

    Smirzio, il tuo commento si pone in un dibattito infinito tra innovazione ed efficacia nella musica.

    La tua posizione è sicuramente condivisibile: il lavoro di Zimmer non ha nulla di innovativo (anzi, come ho accennato, segue una sorta di “lista a punti” del trailer epico così come viene composto da decenni).

    Ma l’innovazione non è sempre quello che vuoi. Ci sono contesti in cui lo spettatore vuol essere stupito, sconvolto, scandalizzato (quello di una mostra d’arte contemporanea, ad esempio), e altri in cui ha bisogno che gli si dia esattamente quello per cui ha pagato il biglietto.

    E se sei al cinema a vedere un film prodotto da Netflix probabilmente ricadi in questa seconda categoria, nel senso che quello che vuoi è un effetto più rassicurante che sconvolgente, più canonico che sperimentale.
    Un effetto che ognuno dei 180 milioni di abbonati Netflix possa sentire come familiare già dal primo ascolto.

    Il lavoro di Zimmer risponde in pieno a questi requisiti.

    Certo, l’ident originale resta più innovativo, ma anche qui: gli appassionati della serie tv Law&Order ti diranno che ne sentivano uno molto simile già negli anni ’90. 🙂

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